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Parco Geominerario Storico Ambientale della Sardegna

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Il Breve di Villa di Chiesa

Il Breve di Villa di Chiesa è il documento più antico, e indubbiamente il più importante, conservato nell’Archivio Storico Comunale di Iglesias. Si tratta dell’unico documento di epoca pisana scampato all’incendio del 1354 quando, nel corso del conflitto tra Mariano Giudice d’Arborea e Pietro Re d’Aragona, gli abitanti diedero alle fiamme la città per evitare la capitolazione di fronte al nemico, determinando così la distruzione non solo degli edifici, delle mura, delle torri, ma anche di tutti i documenti esistenti, ad eccezione del Breve che venne sottratto all’incendio, data l’importanza ad esso attribuita dalla coscienza collettiva cittadina.

Dalle notizie ricavabili dal Breve stesso si intuisce che esso risale al periodo precedente il governo diretto di Pisa, cioè all’epoca dei Donoratico, che avevano dato grande impulso all’attività estrattiva sfruttando la ricchezza di piombo e argento del sottosuolo, e che probabilmente dotarono la città di uno “statuto” sul modello di quelli pisani (denominati “Brevi”) per garantire prima i propri diritti di dominatore e poi quelli dei cittadini, richiamati in città dalle possibilità di lavoro e da una legislazione favorevole. Ma, nella redazione a noi giunta, datata al 1327, esso rappresenta il risultato di un’elaborazione legislativa che ebbe inizio nel periodo della signoria donoratica e si concluse in quello della dominazione aragonese, e di cui si trovano le tracce nei frequenti riferimenti a brevi vecchi compilati in precedenza e nella scarsa coordinazione fra i vari capitoli. È molto probabile che gli stessi aragonesi non abbiano apportato sostanziose modifiche, limitandosi a recepire la legislazione pisana, sostituendo nel testo solo la menzione della sovranità precedente con la propria. Risulta incerta l’epoca in cui ha cessato di avere efficacia di fonte normativa. Secondo alcuni studiosi era ancora osservato nel XVI secolo, secondo altri invece cessò di valere come testo legislativo anche prima di tale data, con il tracollo dell’industria mineraria alle cui vicende risulta legata la sorte del Breve. In realtà nell’Archivio Storico Comunale troviamo citati i “capitoli di Breve” anche alla fine del 1700, nei giuramenti dei consiglieri che si impegnavano a rispettarli. Fu riportato alla luce da Carlo Baudi di Vesme che lo trovò nel 1865 nell’archivio comunale di Iglesias, dove stava compiendo altre ricerche, ne intuì l’importanza, ne preparò un’edizione (ancor oggi ristampata perché insuperata) con un ricco corredo di note, introduzioni e documenti allegati, che fu pubblicata nel 1877, dopo la sua morte, nella collana Historiae Patriae Monumenta.

Le caratteristiche fondamentali del Breve sono le seguenti:

1)      Si tratta dell’antico codice di leggi di Iglesias, l’antica Villa di Chiesa, del 1327;

2)      Scritto su una robusta pergamena forse, come si dice nel testo stesso, ricavata da pelli di montone. Ben conservato, è mancante solo di alcune pagine;

3)      La rilegatura e la coperta in cuoio risalgono alla fine del 1700, forse in contemporanea alla cartulazione, cioè alla numerazione delle carte, operata dal notaio Pinna Deidda che, alla fine del codice, annota in Castigliano la consistenza del volume in 146 carte scritte;

4)      La scrittura usata è una gotica libraria, utilizzata nel 1300 anche in molte cancellerie toscane, con inchiostro nero e rosso e priva di particolari ornamenti o miniature;

5)      Le lettere capitali sono miniate e leggermente ornate;

6)      Scritto in un volgare toscano, definito dallo studioso Bonaini, un volgare pisano più schietto di quello presente negli statuti pisani da lui raccolti e pubblicati;

7)      Suddiviso in quattro “libri” che trattano, con molte commistioni, di materie giuridiche diverse.

Nel I libro sono racchiuse le norme relative alla elezione, funzioni, stipendi, dei pubblici ufficiali degli organismi istituzionali: il capitano o rettore, il giudice, i notai, i sergenti e molti altri (tra cui gli importantissimi “Maestri di monte”). Ma alcuni capitoli sono anche dedicati a materie varie quali: festività religiose (la festa di “Sancta Maria del mezo mese di gosto” con la sua minuziosa organizzazione), usi civici e altre disposizioni (“ombrachi e tittarelli”, i “lebrosi”, “mostrare lo Breve”, i “venditori di pescii”, “remondare la fontana di piassa Vecchia”).

Nel II libro si trovano le norme relative alla procedura penale e la descrizione dei reati e delle pene previste per chi li commette. Tra le pene si possono annoverare: il taglio della mano, della lingua e della testa, la catena della vergogna, il marchio del re sulle gote e molte altre. Fra i reati, oltre quello gravissimo degli “assissini”, possiamo citare: il gioco dei dadi, il furto senza e con scasso, mettere fuoco, dire falsa testimonianza, , gettare bestia morta o “sossura” all’abbeveratoio, vendere vino alle “montagne” (cioè in miniera), andare in giro dopo il terzo suono della campana, gettare “acqua o fastidio” prima del terzo suono della campana, abbeverare bestie o lavare panni alle fontane.

Il III libro comprende una serie di norme amministrative, fiscali e di polizia, di procedura e diritto civile. È la città medievale che rivive con le disposizioni sui “tavernari”, i fornai, il mercato delle “cose manicatoie”, le lavandaie, i barbieri, le fontane e la siccità.

Il IV libro infine disciplina la materia minero-metallurgica. Esso rappresenta una rarità a livello europeo perché è una delle poche testimonianze così approfondite e ricche di informazioni su un mestiere del medioevo. Vi si trovano i compiti, salario, durata in carica dei maestri del Monte, dello scrivano, dei misuratori, poi le norme di sicurezza e aiuto per chi si trova in difficoltà nelle fosse, formazione e gestione delle compagnie o “società per azioni” che lavoravano le fosse, orari di lavoro e doveri dei lavoratori.

Informazioni utili

La consultazione del documento è disponibile previa richiesta da presentarsi alla direzione dell’Archivio. E’ inoltre disponibile una copia digitalizzata.