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Parco Geominerario Storico Ambientale della Sardegna

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Centrale termoelettrica di Santa Caterina

San Giovanni Suergiu

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Si deve alla geniale mente dell’Ingegner Angelo Omodeo l’avviamento dell’elettrificazione della Sardegna. Intorno al 1910 l’ingegnere di Mortara, in seguito ad approfonditi studi sulle risorse idrauliche dell’isola, aveva intuito le straordinarie potenzialità derivanti dall’irregimentazione e controllo delle acque da utilizzarsi per scopi irrigui e soprattutto per la produzione di energia idro-elettrica. Prendeva così le mosse la nuova Sardegna elettrica e irrigua che negli anni successivi avrebbe trovato attuazione e compimento con i vasti piani della bonifica integrale.

Per iniziativa dell’Ingegner Omodeo nel novembre del 1911 nasceva la Società Elettrica Sarda, mentre nel 1913 vedeva la luce la Società Imprese Idrauliche ed Elettriche del Tirso. Nel febbraio del 1914, in seguito ad un accordo tra la Società Elettrica Sarda ed il Comune di Cagliari  cominciava la fornitura di energia elettrica ai privati.

All’energia ottenuta dalla forza dell’acqua si affiancò quella prodotta da centrali termiche. Le centrali di Porto Vesme (1915) e di Santa Gilla (1924) furono le prime ad utilizzare il carbone sardo del Sulcis, allora detto di Bacu Abis, come combustibile.

I problemi tecnici derivanti soprattutto dall’alto contenuto di zolfo, furono affrontati e in parte risolti con studi ed esperienze compiuti nell’arco di un decennio nell’impianto cagliaritano di Santa Gilla.

L’avviamento del Bacino carbonifero del Sulcis, la costruzione di Carbonia, il potenziamento del porto di Sant’Antioco, suggerirono alla Società Mineraria Carbonifera Sarda la realizzazione di una grande centrale termica a bocca di miniera per il completamento delle attrezzature industriali. Nel 1939 veniva inaugurata la moderna Centrale Termoelettrica di Santa Caterina, la prima in Italia idonea a utilizzare il carbone Sulcis polverizzato.

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L’impianto fu realizzato in agro di Palmas Suergiu, all’imboccatura dell’istmo che collega l’isola di Sant’Antioco alla Sardegna. Il fabbricato, edificato in riva al mare donde  prelevava l’acqua necessaria al suo funzionamento, si componeva di quattro corpi di fabbrica contenenti rispettivamente i generatori di vapore, i distillatori dell’acqua marina con le pompe d’alimento, i turbo-alternatori, i quadri da 5 KV. 

I generatori di vapore, realizzati dalla Ditta Gefia, utilizzanti il carbone Sulcis polverizzato, erano del tipo a irradiazione totale, a unico passaggio di gas verso l’alto, capaci di produrre 500 chilogrammi all’ora di vapore.

Nella sala macchine erano installati quattro gruppi turbo-alternatori più quello per i servizi ausiliari eroganti una potenza complessiva di 40.320 Kw. Due gruppi oltre a quello dei servizi ausiliari erano stati forniti dalla Stal, gli altri due dalle Ditte Tosi-Brown Boveri.

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L’apparecchiatura elettrica a 5 KV era installata in un apposito fabbricato quadri. Qui erano attrezzati i pannelli di controllo per la manovra, la regolazione delle macchine e la misura delle varie grandezze elettriche. La sala ospitava inoltre un centralino telefonico automatico con 14 posti di chiamata e ricezione.

L'apparecchiatura elettrica a 70 KV, compresi i 3 trasformatori 5/70 KV, era invece sistemata all’aperto.

L’alimentazione del carbone avveniva mediante un sistema di rotaie su cui scorrevano i carri tramoggia che convogliavano il minerale a due mulini atti alla sua macinazione.

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La centrale entrò in esercizio nel 1939. Negli anni della seconda guerra mondiale assicurò la vitale fornitura elettrica non solo al complesso industriale del bacino carbonifero ma anche all’area metropolitana di Cagliari attraverso un articolato collegamento in rete.

Durante la seconda guerra mondiale nell'area della centrale furono dislocate alcune armi automatiche destinate alla difesa contraerea. Alla data del 1° gennaio 1943 vi era schierata la 843ª Batteria con 4 mitragliatrici pesanti Breda da 20 mm, armate dal personale appartenente alla 17ª Legione DICAT Carbonia.

Nelle convulse giornate dell’Armistizio, nel settembre del 1943, i Tedeschi in ritirata asportarono il 4° gruppo, poi parzialmente recuperato in Germania al termine del conflitto e rimesso successivamente in opera. Una quinta caldaia fu attrezzata dopo il 1950 in virtù degli aiuti statunitensi del Piano Marshall. La centrale cessò il servizio nel 1963 chiudendo definitivamente nel 1965.

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Sebbene insensatamente svuotata degli impianti negli anni 80 del 900, la struttura conserva svariati aspetti di notevole interesse archeologico-industriale, come ad esempio l’imponente corpo di fabbrica che un tempo ospitava i gruppi turbo-alternatori con eleganti finestrature a nastro verticale, le ampie capriate in cemento armato delle coperture, il grande quadro comandi, alcune attrezzature sopravvissute alla spoliazione, due svelte scale a chiocciola, l’interessante presa delle acque di raffreddamento, l’ingresso principale, caratterizzato da un’interessante doppia scalinata, sovrastato dalla grande scritta recante il nome dell’impianto.

Negli ultimi anni si è acceso il dibattito attorno alla sua destinazione, tuttavia una soluzione definitiva non è stata ancora individuata.

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Informazioni utili

Viabilità: L'impianto è ubicato ai margini della strada statale 126, all'imboccatura dell'istmo che collega l'isola di Sant'Antioco alla Sardegna.

Accessibilità: Le strutture sono visibili a distanza poichè in tempi recenti è stata realizzata una recinzione. Gli accessi agli edifici sono murati.

Visita: libera.

Tempo della visita: circa 1 ora