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Parco Geominerario Storico Ambientale della Sardegna

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Il bacino carbonifero del Sulcis

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A partire dal 1853, anno in cui la Società Tirso-Po avviava la coltivazione della miniera di Bacu Abis, fino alla fine del secolo la produzione di lignite sarda si mantenne su livelli abbastanza modesti, essendo prevalentemente impiegata per attivare gli impianti e le fonderie delle società minerarie operanti nell’Iglesiente.

Un impulso significativo nell’estrazione del carbon fossile della Sardegna si ebbe tra la fine del XIX e gli inizi del XX secolo, complice l’accresciuto fabbisogno della nazione, avviata ad una progressiva e decisa modernizzazione delle infrastrutture e dell’industria pesante. Allo scopo di favorire il trasporto delle ingenti quantità di carbone, necessarie per il funzionamento degli altiforni ed il contemporaneo trasferimento degli acciai lavorati, la rete ferroviaria nazionale fu significativamente potenziata.

Frattanto, la “Società Anonima proprietaria della Miniera di Bacu Abis in Sardegna”, di proprietà dell’imprenditore Anselmo Roux, riusciva a stipulare un vantaggioso contratto di forniture per la Regia Marina, che aveva valutato positivamente la lignite di Bacu Abis per via dell’alto potere calorico.

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Furono tuttavia la crisi economica degli anni 30 del 900 e la politica autarchica attuata dal Regime fascista a dare vigoroso impulso alla valorizzazione del comparto estrattivo, nell’ambizioso intento di trasformare il Sulcis in un’area industriale attrezzata, in grado di coprire il 25 per cento del fabbisogno nazionale di carbone.

Lo strumento operativo di tale ambizioso progetto fu l’AcaI, l’Azienda Carboni Italiani, istituita nel 1935, e dotata di consistenti finanziamenti statali, che con un’estesa campagna di sondaggi delineò la mappa del bacino carbonifero, stimandone la potenzialità nell’ordine di 500 milioni di tonnellate.

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Nel giro di pochi anni alle vecchie miniere di Bacu Abis, Terras de Collu e Sirai, si aggiunsero nuove concessioni. Il 18 dicembre 1938 veniva inaugurata la città di Carbonia, edificata a bocca della grande miniera di Serbariu. La nuova città fu concepita quale centro amministrativo del distretto minerario e destinata ad ospitare gli operai che confluivano nella zona provenendo da tutta Italia. Questi, infatti, passarono dalle 433 unità nel 1934 a 15.239 nel 1939. Ad essa si affiancarono i villaggi di Cortoghiana e Bacu Abis.

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Nel 1939-40, era predisposta nella parte centrale del bacino, l’apertura di nuove grandi miniere: Seruci, Nuraxi Figus e Cortoghiana Nuova, preventivate per 1.000.000 di tonnellate di minerale ciascuna. La produzione passò dalle 54.242 tonnellate del 1934, alle 911.000 del 1939, per divenire ben 1.295.000 nel 1940.

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Da parte dell’ACaI non mancarono inoltre importanti interventi infrastrutturali che si concretarono nell’avvio della bonifica del Basso Sulcis, di cui la realizzazione dell’invaso di Monte Pranu costituì la prima importante tappa. Il progetto del bacino fu approvato dal Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici nel 1931, con la duplice finalità di controllare le pericolose piene del Rio Palmas e restituire agli usi agricoli un’estesa area dominata in precedenza dalla palude.

I lavori furono intrapresi dal Consorzio di Bonifica del Basso Sulcis a partire dal 1933 ed interessarono un’area di 9000 ettari, di cui 5000 irrigabili, comportando la realizzazione di opere di sistemazione idraulica, di canali di scolo, l’apertura di nuove strade e l’appoderamento.

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Allo scopo di razionalizzare l’utilizzo del carbone, furono realizzati nel Sulcis due impianti energetici di notevole importanza: la Centrale termoelettrica di Santa Caterina, che, inaugurata nel 1939, aveva una potenza pari a 40.320 Kw, e l'innovativo impianto di distillazione a bassa temperatura dell'ACAI, ubicato nell’area portuale di S. Antioco. Sicuramente operativo fin dal 1940, tale stabilimento, mediante complessi procedimenti industriali, era in grado di distillare benzina dai minuti di carbone fossile. Nel 1941 vi si trattavano giornalmente circa 100 tonnellate di minerale. In piena attività per tutta la durata del secondo conflitto mondiale, assicurò all'Isola assediata un costante rifornimento di carburante.

Si rammentano inoltre altri due complessi industriali che operavano nel territorio di San Giovanni Suergiu: quello destinato alla produzione di magnesio e lo Stabilimento Chimico-Minerario del Sulcis, che trattava la barite della miniera di Monte Ega (Narcao), necessaria anche per la fabbricazione del litopone, miscela di solfato di bario e solfuro di zinco, d’ampia applicazione nel settore della carta, delle vernici e dei cosmetici.

Ulteriori importanti interventi infrastrutturali furono compiuti nella seconda metà degli anni '30. I più importanti fra questi furono il potenziamento della viabilità, delle Ferrovie Meridionali della Sardegna e l'adeguamento degli impianti del porto di Sant'Antioco, destinato a divenire il terminale d’imbarco del “Carbone Sulcis”. Quest’ultimo, realizzato tra il 1936 ed il 1938, fu dotato di moderne attrezzature destinate ai servizi portuali. Queste comprendevano 5 gru, 3 delle quali capaci di sollevare 12 tonnellate ciascuna e 1200 metri di banchine. Il porto era inoltre collegato con una tratta a doppio binario alla laveria di Serbariu, da dove speciali carri tramoggia, trasferivano il carbone fino ai punti d’imbarco.

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Un altro importante terminale era costituito dallo scalo di Portovesme. Capolinea della ferrovia mineraria di Monteponi, avviava alle fonderie del continente i minerali di piombo e zinco estratti nelle miniere dell'Iglesiente. Dotato di un canale per l'imbarco dei minerali e di grandi magazzini di deposito, ospitava la prima centrale termoelettrica del Sulcis, entrata in esercizio nel 1914 e acquisita dalla Società di Monteponi nel 1926.

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